L’angolo di… Valentino Alfano


Ad inaugurare questa sezione ci pensa Valentino Alfano, quasi 25enne tifoso della Lazio ma nato e residente in Campania. Gli abbiamo dato carta bianca ponendogli la semplice domanda: “Raccontaci come è nata la tua Lazialità”.

Valentino AlfanoOgni bambino cresce con un modello, un personaggio, un idolo al quale cerca di somigliare, provando ad emulare ed imitare ogni suo gesto e movimento. Spesso si fa riferimento al fratello maggiore, ad un cugino, talvolta al padre…io invece scelsi mio nonno. Padre di 10 figli ed un numero quasi infinito di nipoti, faceva due lavori e non si fermava mai, mai e poi mai, tranne che per guardare i documentari sugli animali e la Dominica Sportiva: erano le sue passioni e guai a chi gli rovinava quell’attimo in cui tutto si fermava. Ricordo come fosse ieri quel Geo&Geo più di quanto ogni bambino ricordi le puntate di Holly & Benji. Non avevo la sua stessa passione, a me bastava stargli accanto e pertanto, tranne che in sporadiche occasioni, non prestavo molta attenzione alla TV. Poi…Poi…Poi una di quelle sporadiche volte assistetti ad un qualcosa che folgorò la mia mente: era un animale maestoso, fiero, spavaldo emblema di libertà… Scontato dirlo, un’aquila. Rimasi colpito, estasiato da quel volo tanto da riempire di domande il nonno ed appassionarmi a quel programma televisivo, aspettando ogni giorno di poter rivedere quelle ali aprirsi e quel becco giallo rimanere fisso in volo. Non erano i tempi di internet, YouTube non poteva essere il mezzo attraverso il quale soddisfare quella mia voglia. Avevo 4 o 5 anni al massimo e, tra le tante cose che cercavo di “prendere” dal nonno, ce n’era una che invece mi venne data dalla natura: avevo il suo stesso taglio d’occhi, di un colore celeste che solo il Signore sa quanta fortuna mi abbia dato nella vita: le zie, le maestre, le amiche di mia madre, le cassiere dei supermercati non facevano altro che ripetermi che quel taglio d’occhi, con quel celeste cielo, avrebbero fatto innamorare di me molte, moltissime, donne. Non ci credevo, perché figuratevi se a quella età pensassi all’amore. Tutto questo per raccontarvi di quanto, quell’aquila e quel celeste, fossero sempre presenti nella mia vita. Correva il 1995, era una domenica come le altre, Rai 2 mandava in onda le immagini dei gol della Serie A. E’ bastato un attimo per segnare indelebilmente la mia vita: quello schermo mostrò un sottofondo celeste, accompagnato da un simbolo che, banale a dirlo, era un’aquila. Diego Fuser, bolide dai 30 metri. Ecco, iniziò così la più romantica storia d’amore. È proprio vero che di Lazio ci si ammala inguaribilmente, quel “male” che le sconfitte e le medicine non possono curare. Non era una Lazio stratosferica quella, ma una Lazio che si apprestava a conquistare il Mondo. Coppe Italia, Supercoppe, Coppa delle Coppe con protagonista Salas nello stupendo match contro il Manchester United. E poi… come dimenticare quell’attesa? Mi vengono i brividi mentre scrivo ed il ricordo, son sicuro, farà altrettanto con voi: Sono le 18 e 04 minuti del 14 maggio del 2000… Finiamo insieme la frase… la Lazio è Campione d’Italia 1999-2000!!! Ormai più che malattia era diventata un’ossessione. Chiedevo a chiunque di portarmi in quello Stadio, in mezzo a quei colori, tra quella che sentivo la mia gente. Non fraintendetemi, sono di Napoli centro, amo il calore dei miei concittadini, quel folklore e l’arte dell’arrangiarsi che solo i Napoletani hanno, ma io ero “diverso“. Avevo la Lazialità dentro e non potevo negarla, sarebbe stato come chiedere al sole di non scaldare la terra, alla pioggia di non bagnare le piante, ad un bambino di non piangere appena venuto al mondo; insomma, era inutile. Decisi che era venuta l’ora di seguire quell’istinto. A 14 anni scappai di casa. C’era Lazio-Fiorentina, non sapevo come raggiungere lo stadio ma, una volta arrivato alla stazione Termini con un treno regionale, seguii quelle maglie celesti. Il risultato finale fu 1-1, ma da quel giorno capii, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di essere più che mai innamorato di questa squadra. Ho dato molto a questi colori, ho perso fidanzate, feste, soldi, riposo, tempo libero ma, credetemi, ciò che Lei, la Lazio, riesce a trasmettermi va aldilà di tutto questo. Ogni benedetta domenica, che siano le 15:00 o le 20:45, che sia posticipo, anticipo o turno infrasettimanale, devo esserci. Quando invece si gioca in trasferta o per lavoro proprio non posso andare all’Olimpico, toglietemi tutto ma non la possibilità di guardarla almeno in TV. La Lazio c’era in uno dei momenti più tristi della mia vita: era un preliminare di Champion’s League con la Dinamo Bucarest, c’era quando soffrivo per amore o semplicemente quando ero triste. Ogni lacrima versata per Lei era colma d’amore. D’altronde si sa, le gioie e le delusioni vissute ti accompagnano per tutta la vita ma, se questa vita la vivi con la Lazio dentro, affronterai tutto con lo spirito del non mollare mai!!! Per finire, come descrivere l’attesa dei derby? La rabbia all’intervallo per uno svantaggio, “quel coro che famo tutti quanti insieme”, le note delle canzoni del grande Lucio Battisti e, soprattutto, quell’abbraccio puro e sincero con gli amici e gli estranei in quella Curva!!! Non ci sono parole, aggettivi o paragoni, la Lazio è quel qualcosa che hai dentro che va oltre un pallone sfiorato da 22 gambe. La Lazio è uno stile di vita, il mio, il nostro stile di vita. La Lazio è e nun ce vonno sta!!!

Se vuoi essere il protagonista della prossima intervista e raccontarci come è nata la tua Lazialità, cosa aspetti a contattarci?

Contattaci

 

Dona Online

Luca Scandurra
Sono nato a Napoli il 05/11/1987. Nei prossimi mesi mi laureerò in Architettura. Amo la grafica, la tecnologia, la cucina, le serie Tv ed ovviamente la Lazio; è lei ad aver scelto me quando avevo 8 anni. Della Lazialità adoro i valori, l’eleganza e il non “essere una moda”.